Quando si parla di scuola si apre un mondo la cui complessità va ricercata in molti settori della vita e della storia
dell’uomo.
Da quando l’uomo è uscito dalle caverne ed ha cominciato a girovagare per sopravvivere, a passare dalla condizione di
quadrupede a bipede, a trasformare la sua condizione di nomade a stanziale, ha sempre camminato. L’uomo è sempre
stato in viaggio. All’inizio uscendo dal continente africano, per esplorare il mondo, cercare il cibo migliore, incontrare
altri simili, per potersi moltiplicare.
La piccola tribù è diventata una grande famiglia, per arrivare ai giorni nostri ed entrare in un processo ancora più
complesso chiamato globalizzazione.
L’uomo ha sempre avuto sete di apprendere, di scoprire, di cercare risposte a domande, di esplorare, di conoscere, di
elaborare il pensiero altrui, di valutare, ma anche di stare bene, ridere, socializzare, condividere.
Profondo e leggero allo stesso tempo, solitario a volte, alla ricerca dell’altro e della persona giusta da scegliere come
maestro o come compagno privilegiato di vita.
Nell’essere profondo dell’uomo va ricercata la motivazione altrettanto profonda dell’essere scuola, dell’innovazione
costante vissuta come cammino.
Il discorso è molto più complesso, qui ridotto ad una pura riflessione che dia ragione del perché la scuola deve essere
innovativa. Essa, l’innovazione non va dunque ricercata nella tecnologia, mezzo e non fine del vivere nel 2020, essa ha
radici che penetrano nel corso della storia del pensiero umano. Senza il desiderio di crescita l’uomo sarebbe pietra,
masso, vegetale, puro istinto animale.
Innovare per cosa? Per vivere, perché la scuola educa alla vita e se la vita oggi è complessa, la scuola deve poter offrire
strumenti per affrontare la complessità. Tecnologie nuove, strumenti nuovi, tablet, computer, libri super colorati,
contenuti multimediali, ambienti di apprendimento all’avanguardia, biblioteche fantascientifiche, tecniche didattiche
rinnovate, ma il cuore dell’insegnamento ha sempre la stessa forma e lo stesso colore. E’ il colore del fuoco,
dell’accensione di animi e anime, della trasmissione della passione verso la crescita costante. Non si finisce mai di
apprendere, è una sete che non viene mai soddisfatta.
In questa essenza profonda dell’uomo va cercata anche la ragion d’ essere della scuola. Una scuola vera, autentica,
educativa, trasmissiva soltanto nella sua capacità di trasmettere passione per il sapere.
Il docente diventa anch’esso attore e protagonista in quanto cercatore di saperi. Diventa guida soltanto nel senso di
indicare la strada per aprire altre strade. Diventa soprattutto maestro, magister, -magis, grande e -ter, il “più grande”,
perché “il più esperto”, il punto di riferimento. Non porta con sé il significato di colui che ti indica la strada perché la
strada va cercata in modo autonomo e di strade ce ne sono molte.
E’ colui che ti illumina, perché tu, studente, possa vedere bene la strada giusta per te, scoprirne i talenti e le fragilità,
comprendere la propria vocazione.
Con questa visione il docente non può che essere creatore di sempre nuove lezioni, non ci si stanca mai di non
riproporre le stesse modalità, perché – come lo studente – è alla ricerca di nuovi saperi. Diventa così credibile,
nonostante debolezze e mancanze.
Come? Accogliendo le interruzioni, permettendo di inciamparsi, trasformando l’errore in occasione di crescita,
creando occasioni di valutazione e autovalutazione ragionata, considerando che in ogni performance esiste sempre
qualcosa di buono e bello da cogliere, scoprendo insieme il passo successivo per migliorare.
Essere innovatori non è altro che essere maestri, punti di riferimento, coscienti che anche dal discepolo si riceve molto
perché ti può aprire – anche e soprattutto nelle difficoltà – nuove strade.
Innovare non fa altro che rispondere ad un bisogno di sete di sapere, un bisogno che non corrisponde allo stesso
bisogno richiesto dalla società produttiva che ci impone di essere all’altezza, di correre, di crescere senza meta finale,
che esclude chi ha delle fermate, chi sta male, in altri termini chi non produce. Perché l’innovazione a scuola è anche
rallentamento, ritorno, imperfezione ed ancora responsabilizzazione, prendere in mano il proprio percorso.
Il “Magister” ha dunque il compito non tanto di guidare, quanto di accendere, essere piuttosto che fare, cercare
l’individuo piuttosto che la massa. Si sente, si tocca la passione per il sapere, resta nel tempo, nella memoria uditiva e
visiva, ci si ricorda della voce, del calore trasmesso, dello stare bene, dell’osservazione appassionata. Una prospettiva
diversa, capovolta. Il focus va dunque spostato, la tecnologia e la modernità delle tecniche didattiche e pedagogiche,
utili strumenti dell’apprendimento, rispondono ad esigenze di un mondo cambiato ma il cuore dell’insegnamento e
dell’apprendimento è sempre lo stesso.
di Loriana Pison

dicembre 2020

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